Caro Michele Serra, la prossima volta informati prima

Caro Michele Serra, la prossima volta informati prima

I giornalisti prima di parlare e scrivere una notizia dovrebbero preoccuparsi di informarsi. Anche se si chiamano Michele Serra.

Da bambino mi hanno ripetuto molto spesso di non sputare nel piatto in cui mangio, che è un po’ l’equivalente umano del “non mordere la mano che ti nutre”.

Generalmente non mi lascio coinvolgere dalle facili polemiche che si generano sui social, in particolare quando si tratta di difendere la categoria alla quale appartengo, ovvero quella dei socialmediacosi, ma questa volta farò un eccezione, perché chi si lamenta dei social, facendo incetta di luoghi comuni, non li sopporto.

Quando succede, io ripenso sempre a “Totò, Peppino e i fuorilegge”, grande film con il compianto Principe De Curtis e Peppino De Filippo, nel quale interpretano rispettivamente un nullafacente, sposato con una donna molto ricca ma avara, e un barbiere di Paese.

Totò si reca spesso nella bottega del malcapitato Peppino e non fa altro che lamentarsi del locale, che è triste, provinciale, lontano anni luce da quei bei saloni di Roma e delle grandi città. Esasperato, e dopo l’ennesimo danno provocato dall’esuberanza di Antonio, Peppino pronuncia una frase che è, a mio avviso, perfetta per introdurre l’argomento che intendo trattare in questo post:

Il locale è triste e sta sempre qua dentro!

È l’atteggiamento che odio di più al mondo, quello di chi critica i servizi di cui usufruisce, magari gratis, esponendo teorie sociologiche o supercazzole dell’ultima ora, per il solo gusto di far prendere aria alla bocca.

Ecco cos’è capitato oggi. L’Antonio di turno è Michele Serra, ottimo giornalista e scrittore sopraffino, che ha pubblicato la sua solita rubrica quotidiana “L’amaca” sul quotidiano La Repubblica, nella quale, prendendo spunto dalla vicenda Gasparri del “chiesimo”, ha pensato bene di ridicolizzare tutti quelli che fanno il mio mestiere, definendoli praticamente braccia rubate all’agricoltura, che lavorano esclusivamente perché Facebook, ed i social network in generale, hanno prodotto figure professionali non degne di considerazione.

Leggi anche:   10 errori da non commettere sui social network

michele serra

Ora, a me #fottesega di difendere la mia categoria, perché sono il primo a sostenere che il nostro ruolo è solo un ingranaggio in un meccanismo molto più ampio e complesso, e che in molti casi non facciamo la differenza tra il successo o il flop dei nostri clienti, ma essere criticato da un giornalista che lavora per un giornale che ha sfruttato le potenzialità dei social media prima di tanti altri, onestamente, fa un po’ incazzare.

Se mi segui da un po’ sai che a me non piace esprimere un’opinione secca, senza andare a guardare qualche dato che possa supportare, o almeno arricchire, la mia esposizione, quindi mi calmo un attimo e procedo per step.

L’editoria è morta

Il mondo dell’editoria, e nello specifico del giornalismo, è morto già da un pezzo, e non certo per la riduzione dei contributi pubblici ai giornali, come vogliono farci credere loro.

La verità è che ad essere morto è il sistema dell’informazione tradizionale, perché quello che viene scritto e pubblicato sui giornali cartacei è vecchio prima ancora di essere mandato in stampa, e questo è un dato di fatto.

Purtroppo, per cercare di adeguarsi ai tempi che corrono e alle nuove abitudini degli utenti, gli editori hanno pensato bene di applicare le logiche commerciali del giornale cartaceo al web, credendo che il sistema di advertising online potesse, da solo, dare nuovo ossigeno alle testate, in modo da poter conservare lo status quo e vivere senza cambiare nulla.

Un po’ come la politica, che ad ogni tentativo di riforma cambia solo la semantica, ma la sostanza resta la stessa.

Non è un caso, infatti, che a crescere in modo esponenziale siano stati progetti editoriali costruiti già su nuovi presupposti, come Buzzfeed o Mashable negli USA, oppure Fanpage e Il Post in Italia. In questi casi, gli editori hanno dimostrato di aver appreso la lezione, fondendo informazione – spesso di qualità, come nel caso di Mashable e Il Post – all’intrattenimento, realizzando quello che una volta si chiamava infotainment.

Ora, io non voglio farti il pippone sull’informazione di qualità, sui tempi che cambiano e bla bla bla, perché non me ne frega niente. Il sistema del giornalismo in Italia è drogato da incompetenza, ingerenze politiche, presunzione e, soprattutto di recente, pessima qualità dei contenuti, in particolare sul web. Basta leggere uno qualsiasi degli articoli pubblicati da Ansa o dall’Huffington Post Italia per capire a cosa mi riferisco.

Leggi anche:   Come si diventa Social Media Manager

A peggiorare la situazione ci si è messo anche il completo abbandono dell’etica professionale, che ha lasciato il posto al click baiting selvaggio e a pratiche da spammer della peggior specie, con l’unico obiettivo di portare traffico al sito e vendere agli inserzionisti numeri pompati, senza mai menzionare il bounce rate, il tasso di conversione, la profilazione degli utenti e tutte quelle belle cose che a noi che facciamo questo mestiere, invece, richiedono in continuazione 

Il traffico passa dai social

Ad agosto 2015 sul blog di Parse.ly è stato pubblicato un articolo nel quale veniva mostrato come Facebook avesse superato Google come principale fonte di traffico per i siti d’informazione.

traffico facebook siti news

Ora, ad essere sincero, la cosa non mi stupisce, anche perché quel dato, da solo, non significa niente.

Il traffico che passa da Google è rimasto stabile nel tempo, ed è comunque molto più profilato e interessato, perché si presuppone che l’utente abbia effettuato una ricerca precisa per poter fruire di un contenuto preciso, mentre su Facebook clicchiamo sui link spesso anche solo per curiosità, e poi l’articolo non lo leggiamo.

Però, a farmi riflettere è il fatto che nel suddetto articolo viene citato un approfondimento pubblicato proprio su Repubblica, nel quale il blogger Ernesto Assante scrive:

La partita è fondamentale, chi riuscirà a offrire agli utenti di Facebook un servizio di news e approfondimenti adatto al formato del social network avrà scoperto, come si dice, “la chiave dell’acqua”, conquistando per la prima volta il nuovo pubblico on line, non quello che oggi segue i siti di informazione, ma quello che è nato e vive in rete che che si informa attraverso molti canali diversi, frammentati e troppo spesso non autorevoli. Chi riuscirò ad inventare il primo giornale formato Facebook avrà posto le basi per il futuro dell’informazione.

Quindi, ricapitolando, Facebook porta quasi il 50% di traffico ai siti di notizie, e il trend è destinato a salire, perché gli utenti ormai fruiscono dei contenuto così, ma questo evidentemente Michele Serra non lo sa, però il suo giornale si, e molto bene, e farebbe meglio a informarlo del fatto che se non fosse per Repubblica.it lui non avrebbe più quel bel gruzzoletto giornaliero guadagnato scrivendo 50 parole che, molto probabilmente, butta giù mentre è seduto sulla tazza del cesso.

Leggi anche:   Come scegliere il tuo consulente di digital marketing

La cosa che mi fa rabbia è che Michele Serra è uno dei giornalisti più rinomati e apprezzati che abbiamo in Italia (anche a me piace molto, compresi i suoi libri), ma un giornalista prima di prendere per il culo qualcuno si informa, o almeno dovrebbe, soprattutto se si erge a difensore della qualità e della professionalità.

Se solo si fosse sforzato di fare il suo mestiere, ovvero il giornalista, avrebbe scoperto che se Gasparri ha rimediato una pessima figura, ma anche tanta visibilità in seguito all’errore, a pagare le conseguenze di quel “Chiesimo” è stata una ragazza di 28 anni, Laureata in Lettere Classiche, che ha sicuramente commesso un errore enorme, ma ha pagato forse troppo caro le sue colpe.

Caro Michele, se vuoi puoi approfondire qui, sul sito degli amici di Virtual 14, che si sono presi la briga di intervistare il Digital Strategist responsabile della comunicazione social di Gasparri, Luca Ferlaino.

Prima di dire che un social media manager è uno che pigia sulla tastiera di uno smartphone senza criterio né competenze, potresti sforzarti di capire almeno che cazzo di lavoro fa un social media manager.

Non saremo degli stimati giornalisti e scrittori di best seller, né tanto meno dei cardiochirurghi che, grazie a studio e abilità, possono salvare la vita delle persone, ma non siamo nemmeno dei deficienti “sdraiati”

Mi dispiace Michele, ma hai scritto una stronzata.

Francesco Ambrosino
33 anni, Digital Marketer specializzato in Gestione Blog Aziendali, Formazione Professionale, SEO Copywriting, Social Media Management e Web Writing.Membro di Open-Box e Comunicatica, co-creatore di Digitalklive

Davvero volevi andare via senza lasciarmi un commento?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.