Come fare personal branding e perché

personal branding

Parlare di personal branding non è solo un modo per riempirsi la bocca con paroloni anglosassoni. È un processo lento, complesso, ma fondamentale.

Se c’è una cosa che non sopporto è vedere professionisti, o presunti tali, applicare vecchie e obsolete tecniche di marketing al web e ai social media.

L’idea di avere qualcuno che si presenti ai potenziali clienti come Giovanni Rana o Francesco Amadori mi produce un fastidio enorme, come quando hai un arto ingessato e ti prude proprio lì, dove non puoi arrivare a grattarti.

Come ho avuto modo di sottolineare più volte su questo blog (e lo farò ancora, e ancora!), sono fermamente convinto che l’elemento principale alla base di internet sia l’interazione sociale, e questo vale anche per la costruzione del proprio personal branding e della gestione della reputazione.

Avere il sito bello, la foto del profilo che “spakka” e utilizzare i classici slogan acchiappa consensi non basta, perché se non c’è riscontro il castello di carta crolla, e ricostruirlo diventa quasi impossibile.

Cos’è il personal branding

Per fare personal branding online è necessario seguire uno schema, molto semplice nella teoria, ma lento e complesso nella messa in pratica.

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Hai presente quando nel videogioco The Sims, per ottenere un avanzamento di carriera, viene richiesto l’aumento del livello di carisma, che si ottiene esercitandosi a parlare da soli allo specchio?

Bene, con le dovute differenze (e un idioma comprensibile), bisogna fare più o meno la stessa cosa.

Devi esercitarti a “vendere” te stesso, esattamente come farebbe un brand. Ecco cos’è il personal branding.

Personal branding: servono competenze reali

Per prima cosa vanno individuate quelle qualità e competenze professionali che si intende mettere in evidenza, perché oggi il mercato del lavoro esprime esigenze sempre più mirate, settoriali, di nicchia.

Promuovere te stesso con un generico “Consulente marketing” non serve assolutamente a niente.

E non dire fesserie, pensando di essere più furbo degli altri.

Oggi le aziende sono più esigenti, gli esperti di HR non si accontentano della “bella presenza” e del famoso “pezzo di carta”.

Servono competenze, reali e certificate, altrimenti non si emerge dalla massa enorme di CV che ricevono ogni giorno.

Personal branding: crea una presenza online di valore

Altro elemento essenziale è la presenza sui social network, perché sempre più spesso l’analisi di un candidato per una posizione lavorativa passa anche attraverso i profili pubblici, che fungono da vetrina, come se fossero una sorta di curriculum 2.0.

La piattaforma perfetta per fare personal branding sui social è, senz’ombra di dubbio, LinkedIn.

Creato per connettere le persone a professionisti e realtà imprenditoriali che operano nel proprio settore, LinkedIn diventa fondamentale per chi vuole sfruttare le potenzialità del web per mettersi su piazza.

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Attenzione, però, perché anche se ha finalità diverse da Facebook o Twitter, LinkedIn è pur sempre un social network, quindi anche qui è necessario interagire con gli altri professionisti.

Personal branding: non è una gara

Evita di cadere nell’errore che fanno in molti, che è quello di entrare in competizione con chi svolge la stessa professione.

Non è una gara, e non sarà certo a spallate e commenti denigratori che ti farai strada.

Crea un profilo, inserisci le informazioni che ritieni utile mettere in evidenza, condividi articoli inerenti il tuo settore, interagisci con gli altri, iscriviti a qualche gruppo.

E aggiornalo con costanza, perché avere un profilo inattivo fa più danni del non averlo affatto.

Personal branding: non si crea da solo

Per quanto riguarda la reputazione online, c’è solo una cosa che mi preme chiarire subito, prima di generare confusione: non si crea da sola.

Ci vuole tempo, sacrificio, contenuti di valore e, non meno importante, tanta pazienza.

Tre sono gli elementi che concorrono a costruire una reputazione online:

  1. La qualità del lavoro svolto;
  2. La qualità delle relazioni intessute;
  3. Il feedback. 

Nessuno regala niente e, a meno che non si abbia la fortuna di essere cuggggino di qualcuno (ma quanti sono?), il personal branding funziona come l’agricoltura: quello che semini, raccogli.

Se fatto bene, la minaccia di un temporale non potrà che stimolarti a diventare più forte.


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Francesco Ambrosino
33 anni, Digital Marketer specializzato in Gestione Blog Aziendali, Formazione Professionale, SEO Copywriting, Social Media Management e Web Writing.Membro di Open-Box e Comunicatica, co-creatore di Digitalklive

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