Twitter è morto? No, sta solo invecchiando male

Twitter è morto? No, sta solo invecchiando male

Riflessioni e considerazioni sul social network dei cinguettii, dato per morto fin troppo spesso. Ecco i 7 errori che ha commesso fino ad ora.

La scorsa settimana ho pubblicato un post dedicato all’ultima novità annunciata in casa Twitter, ovvero l’eliminazione del limite di 140 caratteri nei DM, e mentre lo scrivevo maturava in me la voglia di esprimere il mio punto di vista sulla presunta morte di questo social network, ma anche di provare a fare un po’ di chiarezza sulla questione.

BATTESIMO SOCIAL

Prima di procedere con l’analisi, devo fare una precisazione: io ho avuto il mio battesimo social con Twitter, e non con Facebook, come invece capita alla stragrande maggioranza degli utenti. Fino al 2011 non ero affatto un socialmediacoso, anzi, ero completamente “asocial”. Lo sono sempre stato, anche da adolescente; quando internet è entrato in casa mia per la prima volta, ignoravo e disprezzavo completamente chat, forum, ed i primi esempi di social network moderni, per una ragione molto semplice: incentivavano la costruzione di rapporti d’amicizia finti, basati sull’inganno, permettendo agli utenti di nascondersi dietro a nickname e costruire una presenza online lontana anni luce dalla realtà.

Con Twitter, invece, l’approccio è stato diverso, perché il fulcro di questo social era, ed è tuttora, la diffusione di informazioni più o meno interessanti, e con un piccolo sforzo sono riuscito a filtrare quello che reputo interessante, evitando così gli aggiornamenti di stato deliranti e noiosi che infestano Facebook.

Io adoro Twitter, sono convinto che per approccio, struttura e idea di fondo sia il social network più innovativo attualmente in circolazione, ma i vertici hanno commesso degli errori negli ultimi anni, non lo si può negare, ed è proprio di questo che vorrei parlare.

PRIMA FOLLOWING, ORA FOLLOWER

Se hai familiarità con il gergo di Twitter, sai qual è la differenza tra Follower (il profilo che ti segue) e Following (il profilo che tu segui). Quando Twitter è stato lanciato non ha riscosso un grande successo, ci sono voluti un paio di anni prima che esplodesse, in particolare in alcune nicchie di settore (giornalismo, sport e show business), diventando un fenomeno davvero straordinario.

Crescendo e diffondendosi a macchia d’olio in tutto il mondo, Twitter è diventato un punto di riferimento per il settore, attirando l’attenzione delle altre piattaforme, in particolare di Facebook, che ha iniziato a seguirlo, a spiarlo e, diciamola tutta, a scopiazzarne alcuni elementi.

Pensiamo, ad esempio, all’introduzione degli #hashtag sul social blu, assolutamente inutili fino a pochi mesi fa e mai decollati del tutto, la sezione Trending Topics, annunciata da tempo e ancora non attivata, il Condividi Ora, praticamente un RT, del quale ha copiato anche l’icona (versione mobile).

PRIMO ERRORE DI TWITTER

Invece di sfruttare le attenzioni ricevute, puntando ad anticipare le mosse dei competitor, Twitter ha rallentato, e di parecchio, gli aggiornamenti, e iniziato a scopiazzare a sua volta Facebook, dall’impostazione grafica (da desktop) del profilo, con l’immagine di copertina e la divisione in tre colonne, agli Ads, costruiti ad immagine e somiglianza di quelli del social di Marchetiello.

Il problema è che la copia viene sempre peggio dell’originale, è sempre così e così sarà sempre.

Con il suo atteggiamento Twitter è passato dall’essere seguito al diventare un follower, e questo gli ha impedito di focalizzarsi sull’innovazione e sulla crescita della piattaforma.

SECONDO ERRORE DI TWITTER

Da quando è stato creato, Twitter non è cambiato quasi per niente; le funzioni di base, ovviamente, sono rimaste invariate, ma le uniche cose a subire qualche upgrade sono di natura grafica più che di utilizzo, contribuendo a renderlo magari più carino, ma anche noioso.

La cosa peggiore, è che a notare questi piccoli accorgimenti sono solo gli utenti più attivi, quelli, cioè, che conoscono a menadito la piattaforma, ed ai quali non sfugge niente.

Bisogna ammetterlo, non è stato fatto nulla per invogliare gli utenti a restare attivi su Twitter, e ancora meno per attrarne di nuovi, non è un caso che sia il social con il calo di utenti più alto tra quelli maggiormente diffusi.

TERZO ERRORE DI TWITTER

Nonostante l’assenza di una potenza economica, strutturale e mediatica come quella di FacebookTwitter negli anni ha creato e acquisito nuove realtà, ma fino ad ora non è stata in grado di farle esplodere, a causa, a mio avviso, di un errore di fondo: la separazione delle piattaforme.

Se il difetto principale di Twitter avvertito dagli utenti è la staticità della struttura, che dopo un po’ annoia, implementare nuove funzionalità al suo interno avrebbe potuto arginare il problema, invece si è preferito separare le singole realtà, decretandone l’insuccesso.

Sto pensando a Medium – che io adoro – Vine, l’app che consente la registrazione e pubblicazione di mini video girati con lo smartphone, e Periscope, con le video dirette via Twitter. Ecco, trasformare Twitter in qualcosa di più evoluto e maturo, introducendo una piattaforma di social blogging al suo interno – sulla scia di quello che ha fatto LinkedIn con Pulse – di video making e di social tv, avrebbe potuto cambiare drasticamente l’evoluzione del social dei cinguettii, in meglio.

Invece i vertici di Twitter hanno deciso di farli vivere indipendentemente, anche se con degli intrecci necessari, come la sincronizzazione dei contatti. Pessima scelta!

In questo avrebbe dovuto seguire l’esempio di Facebook, che sta creando un insieme di servizi enorme, ma che lentamente sta integrando sempre di più. L’obiettivo, è evidente, è quello di trasformare la piattaforma in un unicum nel quale trovare tutto quello di cui si ha bisogno.

QUARTO ERRORE DI TWITTER

Un altro limite molto criticato è quello dei 140 caratteri, che tenderebbe a impedire la condivisione di contenuti più elaborati. Io non l’ho mai vissuto come un limite, anzi, lo considero il suo punto di forza, ma è evidente che una simile struttura favorisce i personaggi famosi, che hanno un seguito massiccio a prescindere da quello che pubblicano.

Per l’utente medio, che vive i social network principalmente come luogo di svago e sfogatoio, 140 caratteri sono pochi, ed i vertici di Twitter hanno fatto orecchie da mercante a tutto questo.

Ripeto, io sostengo che la sintesi sia il valore aggiunto di Twitter, ma credo che il mio approccio sia figlio dell’essermi iscritto prima a Twitter e, dopo diversi mesi, a Facebook, quindi ho imparato a sfruttare la piattaforma senza voler adattare i post per trasformarli in tweet.

Secondo me i 140 caratteri dovrebbe continuare ad esistere come limite, ma dovrebbero essere netti, e non lordi.

Cosa voglio dire con questo? Che gli elementi esterni, quindi link, foto e video, non dovrebbero sottrarre caratteri al tweet. In questo modo i 140 caratteri resterebbero intatti e si potrebbe scrivere qualcosa di interessante e esaustivo.

Un primo passo in questo senso potrebbe sembrare l’eliminazione del limite nei DM, ovvero nei messaggi privati, ma non credo che vedremo novità a stretto giro per quanto riguarda i tweet.

QUINTO ERRORE DI TWITTER

Gli utenti di Twitter si sentono soli, incapaci di far sentire la propria voce e di emergere nel flusso infinito di tweet. È vero, è difficile attirare l’attenzione degli altri profili su Twitter, ma non è impossibile, soprattutto se s’impara ad utilizzare con criterio gli hashtag, che ti consentono di essere letto anche da chi non ti segue.

Questa sensazione di impotenza e solitudine è figlia dell’assenza di una relazione diretta tra gli utenti, ovvero del concetto di amicizia al quale siamo abituati su Facebook. Anche qui, però, il problema è di approccio, perché Twitter è interessante proprio perché si seguono profili che ci interessano, e non i nostri amici.

Twitter è un information network, quindi al centro del suo utilizzo c’è il messaggio veicolato, l’informazione, non l’utente. 

Questo, però, è vero soprattutto per l’utente medio, che è solo un numero, un avatar, mentre per i profili autorevoli e molto seguiti si verifica il contrario. Ad avere peso è la fama, non il contenuto, e questo crea un dislivello molto più forte di quello prodotto su altri social, Facebook in testa.

L’errore, in questo caso, è stato quello di non aver costruito una piattaforma più votata alle interazioni, e meno alla fruizione passiva dei contenuti. 

SESTO ERRORE DI TWITTER

Per le aziende Twitter è un oggetto misterioso, potente ma difficile da adattare alle esigenze di branding e a quelle commerciali di una qualunque attività che non operi nei settori dell’informazione, dello sport o dello spettacolo.

Una delle cose che anche io che lo amo molto non ho mai capito è per quale motivo non si siano creati due livelli di registrazione alla piattaforma, utente e business, come accade per Facebook e Google Plus.

Uniformare, anche nelle funzioni, brand e utenti semplici potrà anche sembrare un approccio democratico, ma è errato da un punto di vista professionale. Perché un’azienda dovrebbe investire su Twitter se le possibilità di ottenere maggiore visibilità sono potenzialmente le stesse di quelle di un utente semplice?

SETTIMO ERRORE DI TWITTER

Twitter in questi ultimi anni è stato uno strumento fondamentale per raccontare i cambiamenti e gli eventi del mondo, in tempo reale e senza filtro. Basti pensare alla Turchia, all’Ucraina, al Nord Africa, dove nei villaggi più sperduti semplici utenti hanno potuto comunicare al mondo di stragi ed episodi che, senza Twitter, avremmo scoperto tardi o non avremmo scoperto affatto. Senza voler scomodare la Primavera Araba o gli scontri dell’esercito Russo nel Nord dell’Ucraina, Twitter rappresenta un elemento centrale anche nella narrazione di eventi sportivi, musicali, televisivi, creando una partecipazione degli utenti veramente molto interessante.

Purtroppo, però, Twitter in quanto azienda non si è mai esposta, ha sempre lasciato agli altri la possibilità di sfruttare la piattaforma nel modo che preferivano, senza mai diventare parte attiva, se non durante gli ultimi mondiali di calcio.

Smettere di essere solo un semplice strumento di comunicazione per diventare produttore e divulgatore di contenuti gli avrebbe permesso di crescere molto di più, stringendo collaborazione con testate giornalistiche, emittenti televisive, case di produzione e personaggi famosi.

Volendo fare una sintesi della mia analisi, potrei dire che Twitter non è morto, sta solo invecchiando male, nel senso che innova poco e con lentezza, e sempre con il freno a mano tirato, come se avesse paura di cambiare troppo.

Ciò nonostante, continua ad essere il luogo perfetto per la ricerca e la condivisione di contenuti in real time, per sfruttare le tendenze, per interagire con i brand in un rapporto one-to-one, seguire gli eventi, informarsi. Avrebbe solo bisogno di fare il salto di qualità!

È meglio provare e fallire o fallire senza averci nemmeno provato? Chissà cosa ne pensano i vertici di Twitter.

Francesco Ambrosino
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Francesco Ambrosino

Founder at Socialmediacoso
31 anni, Laureato in Scienze della Comunicazione, mi occupo di Formazione Professionale, Social Media, Copywriting e Blogging.
Non parlo di cose che non conosco, quindi parlo poco. Se posso, scrivo.
Le cuffie dell'iPod sono il mio scudo contro le chiacchiere inutili.
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